Uno dei titoli che voglio raccontarvi, che ho giocato di recente e che è uno dei più venduti sullo store di PlayStation, è Hellblade – Senua’s Sacrifice. Studiato, creato e chi più ne ha più ne metta da Ninja Theory, Hellblade è uno dei titoli più importanti e più elaborati del 2017, se non anche degli anni precedenti. Si affrontano tematiche mai discusse prima, come quella della malattia mentale, rappresentata come viaggio di redenzione in un mondo fantastico, quasi onirico, nel quale ci troveremo a tu per tu con le paure più comuni e con sintomi psicotici sconosciuti al vasto pubblico.

In Hellblade Senua’s Sacrifice vestiremo i panni di Senua, una guerriera celtica in missione nelle terre vichinghe che soffre di gravi disturbi psicotici, probabilmente ereditati dalla madre.

 

I produttori, in un video inserito nel menù di gioco, spiegano che all’inizio avevano intenzione di ambientare il titolo in un mondo parallelo, un universo mai esistito, proprio per riflettere la mente contorta di Senua, ma era un argomento mai trattato fino a ora nei videogiochi, quello della follia, e quindi dovettero riconsiderare l’idea di partenza, cercando ispirazione altrove; così si gettarono sulle leggende nordiche, tra dei e guerrieri.
Il punto iniziale è stata Senuna, una dea celtica scoperta da poco ad Ashwell, nell’Heffordshire: all’inizio si pensava si chiamasse Senua, e così i produttori scelsero di tenere quel nome per la protagonista, una guerriera dei Pitti, popolo di barbari conosciuti per i loro dipinti facciali e per i capelli arruffati pieni di calce, che combatterono i romani.

Il luogo di nascita della protagonista invece è basato sulle isole Orcadi, nelle quali però i produttori hanno scelto di sviluppare una situazione di crisi: come la storia narra, verso la fine dell’ottavo secolo arrivarono sulle isole, infatti, i primi vichinghi. Data la fama di questi ultimi, NT decise quindi di mettere il popolo dei Pitti di Senua nella brute mani di questi barbari, che annientando tutto quello che trovavano sulla loro strada, li distrussero e offrirono il suo amato, Dillion, ai loro dei, utilizzando il loro sacrificio più brutale chiamato l’aquila di sangue (che consisteva nello spellare vivo il malcapitato e appenderlo per le pelli ad alberi, simulando un abbraccio verso il sole).

Scoprendo che i celti avevano una visione particolare dei disturbi mentali, tanto da chiamare Geilt le persone poiché considerate rese pazze da una maledizione, da un trauma di guerra o da un lutto, i produttori capirono che Senua era proprio quel Geilt, allontanato dal suo popolo e esiliato nei boschi per purificarsi e migliorarsi. Di ritorno dall’esilio, la visione di questo massacro riporta in Senua i tormenti mentali, vissuti nell’infanzia e nell’adolescenza e combattuti nel periodo d’esilio.

Un’altra parola usata dai celti in riferimento ai problemi mentali era Druth, ossia ‘sciocco’ o ‘che pronuncia le parole di dio’. E in questo titolo la figura di Druth è stata costruita su un uomo (così narra una leggenda esistente) catturato dai Vichinghi, che riuscì a scappare e si fece monaco sulle Orcadi. Quando incontra Senua, nel gioco, le racconta storie che la spingono a svolgere il suo compito nelle terre degli dei.

È da qui che inizia la storia di Senua, che si avventura in terre sconosciute, un mondo fantastico creato solo nella sua mente, è da qui che viene raccontata la sua malattia mentre affronta l’oscurità, nel tentativo di raggiungere la redenzione in un mondo mai visto prima.

I disturbi dati da psicosi sono raramente raccontati nella storia del cinema, tanto meno in media come i videogiochi. Quando si parla di psicosi, spesso la si confonde con la psicopatia, che presuppone la mancanza di empatia. Putroppo, il suono simile spesso fa confondere le due parole, ed è per questo che Ninja Theory ha voluto spingersi in questo campo facendo approfondite ricerche. Si sono rivolti a psichiatri e organizzazioni per capirne di più e nel video inserito nel gioco vi è una spiegazione dettagliata di quello che hanno scoperto.

Sostanzialmente, la psicosi è caratterizzata da due principali sintomi. Uno è l’allucinazione, cioè quando la persona percepisce qualcosa quando in realtà non c’è nulla da percepire; l’altro è il delirio, ovvero la persona si convince di cose molto strane, specialmente spaventose, anche se non è possibile provare che sono reali.

Questi due sintomi principali danno il via ad altri sintomi, che variano da persona a persona, e che, grazie alle varie ricerche fatte, sono stati rappresentati nel gioco:

sentire le voci;

tutto sembra avvicinarsi e sembrare più grande ogni volta;

tutto è in pezzi, come una fotografia strappata e poi rimessa insieme, muovendosi l’effetto diventa spaventoso;

i colori sembrano essere luminosi, molto più luminosi;

ogni tanto il mondo appare come visto attraverso un kaleidoscopio, e questo lo rende meraviglioso;

quando ci si muove velocemente, è come se qualcosa ci tenesse, mentre le cose intorno a noi vanno troppo velocemente per la mente, ci sfuggono;

spesso si vedono movimenti ondulatori sulle pareti e delle volte esse si fondono tra loro, dando senso di nausea;

a volte non c’è nulla a cui tenersi e si cade in trance;

la mente si spegne, non si vede più nulla, è come se tutto si disattivasse.

Tutti questi effetti sono stati resi nel miglior modo possibile, a parere mio, nel gioco, simulando in maniera corretta le diverse reazioni e inserendoli alla perfezione nel contesto della storia, mettendoli talvolta come reazioni a paure, primordiali o meno, a pensieri e ad azioni della povera Senua.

Ci ritroveremo quindi a combattere la nostra stessa mente, con motivazioni che vanno al di là di ogni cognizione, mentre ci affezioneremo sempre più alla protagonista e, pian, piano, cominceremo a prendere coscienza delle nostre capacità e a sfruttare alcuni sintomi, come il sentire le voci, a nostro vantaggio, soprattutto nei combattimenti.

Il gameplay è piuttosto semplice, a tratti forse troppo lento e poco pulito, ma il combat system è degno di attenzione, nonostante i nemici siano sempre gli stessi, in tutto una decina di modelli, ma con una difficoltà sempre più alta via, via nel corso del gioco. La grafica è eccezionalmente realistica, quasi ci sembra di poter toccare davvero gli oggetti e le texture, alcune particolarmente elaborate. La grafica è accompagnata per mano da effetti sonori impareggiabili, grazie ai quali l’esperienza (rigorosamente da affrontare con cuffie) ci farà catapultare in quelle terre, vivere quei momenti, soffrire e avere paura, ma anche spronarci ad affrontare i nemici (cercando di infierirgli il maggior dolore possibile).
Unica pecca è un po’ la ripetitività delle azioni da fare, che però viene prontamente messa in disparte dalla sceneggiatura e dalla varietà dei luoghi e dei sintomi rappresentati.

L’intenzione di Ninja Theory è stata quella di rapportare il mondo ‘normale’ a quello delle malattie mentali, nel tentativo di avvicinare il pubblico a queste ultime e di far vedere le cose dal punto di vista di un malato di psicosi che è, purtroppo, difficilmente riconosciuto e aiutato dalla società, proprio perché una malattia del corpo è facilmente riconoscibile anche a occhio nudo, mentre una malattia mentale no.

Dieci ore di capolavoro.

 

www.hellblade.com

 


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Author Clairessa
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Categories Recensioni
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