Devo essere sincera, ogni volta che compro un gioco dallo stile Bethesda, me ne pento pian, piano giocandoci. Mi faccio sempre fregare dalla novità del titolo, Dishonored e FallOut ne sono un esempio. E per quanto in realtà siano tutti titoli che mi piacciono sotto vari punti di vista, sotto alcuni altri mi portano ad allontanarmi dalla voglia di completarli.
A dire il vero, Fallout neanche sono riuscita a completarlo.
E Prey, non è stato da meno; ma arrivare alla fine è stata una rivelazione, che mi ha fatto completamente rivedere il mio punto di vista negativo sul gioco.
È mio sacrosanto dovere mettervi in guardia dagli spoiler in questa recensione, poiché non sarà facile (e in realtà non lo è mai, ma per questo gioco in particolare) spiegare realmente tutto e soprattutto il perché del mio cambio opinione.

Già giocare la beta, poco prima dell’uscita del gioco, mi aveva lasciato intendere che, a livello di gameplay, poco sarebbe cambiato da Dishonored. E in effetti, lo stesso stile c’è, ed è inevitabile vederlo: ho sentito veramente poca differenza nel mirare e nello sparare tra uno e l’altro gioco; in entrambi è possibile utilizzare una sorta di ‘poteri soprannaturali’, tra i quali il rallentamento del tempo che sembra oramai un marchio di fabbrica. Questi sono solo 2 degli esempi più pratici che mi viene da farvi per rendere l’idea, ma in realtà, ambientazione e storia a parte, si differenziano davvero poco, e mentre sarei pronta a perdonarli pensando che la scelta stilistica sia voluta per mantenere una scia grafica riconoscibile e subito collegabile alla casa produttrice, dall’altra storco il naso nel vedere che, al momento della realizzazione del gameplay, si notano così poche differenze da, a volte, scambiare i titoli.

Chi mi conosce sa che amo qualsiasi tipo di gioco che abbia una storia affascinante. Mi piacciono addirittura quelli che, la storia, ce l’hanno veramente ben nascosta nelle fondamenta, e che amo cercarla e decifrarla. Ma sa anche che adoro i giochi dove la storia nascosta è quasi impercettibile e bisogna ricostruirla o, addirittura, costruirne una propria; adoro leggere i documenti o le descrizioni degli oggetti per trovare indizi e trovare significati a ogni cosa.
Ma con Bethesda (o Arkane Studios, come preferite) riesco veramente a fatica ad andare d’accordo. Non è possibile che io debba leggere vagoni interi di documenti, mail, libri, giornali e pezzi di carta vari che mi spiegano storie su storie, che mi danno indizi su indizi e che poi, alla fine, mi creano solo un’immensa confusione. Posso capire che alcune cose siano inserite solo per una mera questione di trofei, ma così è davvero troppo! Alla fine della fiera mi ritrovo come al solito a non leggere più niente perché il male e la secchezza hanno preso il sopravvento sulla mia povera gola.
Sono del parere che un gioco non debba per forza basarsi su valanghe di documenti per far comprendere la storia; se è pur vero che alcune missioni secondarie trovano la lettura dei documenti indispensabile, per tutto il resto lo trovo davvero poco utile.

Detto questo, ci sono molte cose che invece ho apprezzato davvero. Prima su tutte, Gli spettri e la loro varietà. E per varietà non solo intendo il fatto che ci fossero ‘specie’ differenti, ma anche che molti di quelli che incontriamo erano, in realtà, persone trasformate. Questo è stato uno dei motivi che hanno reso più interessante, per me, la trama stessa, e vi spiegherò meglio più tardi.
Altra cosa da apprezzare: il giusto utilizzo di spazio a gravità zero. Viaggiare con la tuta era piacevole e non è stato banale, i comandi nonostante tutto non sono stati per niente ostici e, cosa più importante, non era obbligatorio (se non per qualche missione principale, che tra l’altro aiutava a prendere familiarità con i comandi). E poi, il sistema di riciclaggio. Molto carina l’idea, un po’ meno il fatto che ogni due per tre ti devi ritrovare a utilizzare i macchinari per svuotare l’inventario, ma pur sempre utile e divertente.
Dulcis in fundo, la trama, la storia, il twistone finale. Come già anticipato prima parlando degli spettri, l’evolversi delle cose, gli indizi e i dialoghi stuzzicano e ti lasciano quella curiosità infinita di sapere come andrà a finire tutto. Tutte queste cose condite poi dalla sensazione di responsabilità nei confronti dell’equipaggio, o di se stessi, o del fratello a seconda di come decidiamo noi di sentirci, i doveri che ci spingono a comportarci in uno o nell’altro modo, le persone che incontriamo e i nemici che affrontiamo che ci confondono le idee.
Ovviamente ci sono più finali, influenzati dalle azioni che decideremo di compiere nel corso del gioco, ed essendo io una persona che non ama rigiocare più volte i titoli, mi sento fortunata ad aver sbloccato proprio ‘quello che ho sbloccato’.

Sono davvero rimasta a bocca aperta, non mi aspettavo davvero niente del genere, nonostante io sia una che ama fantasticare e farsi le proprie idee prima ancora di sapere se ha ragione oppure no.
Mi sono ritrovata nei panni di qualcuno che mai potevo credere di essere, e tutto quello che avevo provato era totalmente cambiato, tutto aveva trovato un senso e il suo giusto posto nella storia.
Certo, per arrivare a questo ho dovuto combattere con un gameplay lievemente ostico, con obiettivi difficili da comprendere e la lettura di svariati documenti inutili. Ma Arkane Studios ha saputo ripagare la mia fatica.

 


 

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Author Clairessa
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Categories Recensioni
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